Cervino - Cresta sud-ovest

(Cresta del Leone - Via normale italiana)

Roccia

SCHEDA TECNICA

DISLIVELLO: 1300 m da Plan Maison al Rifugio Carrel; 650 m dal rifugio alla cima

DURATA: 5,30/6 ore al Rifugio Carrel; 5 ore dal rifugio alla cima

DIFFICOLTA': dal II al III+ se si utilizzano le catene

AGGIORNAMENTO RELAZIONE: giugno 2002

 

Ammirato, celebrato, fotografato da ogni lato, il Cervino, "il più nobile scoglio d'Europa", è probabilmente la montagna per eccellenza. E' la montagna come la disegnano spontaneamente i bambini; è la montagna come forse inconsciamente ce la immaginiamo tutti: una piramide perfetta con le basi massicce saldamente piantate sulla terra e la cima slanciata verso il cielo, come un gesto d'orgoglio o una preghiera, come il simbolo dell'eterna sfida di Prometeo o del mistico desiderio di comunione con l'assoluto. Oppure, più semplicemente, come una bella immagine da cartolina, con il suo elegante profilo ritagliato contro un cielo inevitabilmente blu e le sue forme che si specchiano nelle limpide acque di un laghetto alpino.

Il mio rapporto con questa montagna fin troppo famosa è stato a lungo contraddittorio. L'ho temuta: la sua salita mi è sempre parsa troppo lunga e impegnativa, così ad alta quota e con una discesa comunque interminabile. Eppure, insieme, l'ho snobbata: troppo frequentata e addirittura "rovinata" dalle corde fisse. Avevo ben altro da fare sulle Alpi e la salita del Cervino non mi pareva obbligatoria.

Ma Carlo insisteva e non potevo continuare a imporre i miei punti di vista. E meno male che ha insistito, perché oggi il ricordo di quella ascensione è ancora uno dei più intensi che ho dentro di me. Sulla vetta, e spesso in alcuni momenti della salita, mi sono sentito proiettato in un’altra dimensione, più vicino al cielo che alla terra. Perché quella cima ha davvero qualcosa di straordinario, così aerea, così isolata, circondata dal vuoto che precipita lungo le pareti per centinaia di metri. Le altre montagne appaiono lontane e ci si sente come liberi nell’aria, lontani da tutto il palpitare della vita di ogni giorno che si svolge tanto più in basso. Sono sensazioni forse solo del tutto soggettive, generate dal mio carattere o dal mio modo di vedere il mondo e la vita. Eppure io credo che la vetta del Cervino possa generare in tutti qualche sensazione forte e profonda, perché il suo fascino, comunque la si pensi, è davvero indiscutibile.

La salita del Cervino lungo la via normale italiana è un’ascensione lunga e impegnativa; la presenza del Rifugio Carrel e delle corde fisse non deve portare a sottovalutarla. Il terreno è quello dell’alta montagna: dove si arrampica la roccia è generalmente buona (e comunque pulita dai frequenti passaggi), ma talvolta, magari nei punti più facili, occorre prestare attenzione al detrito. Non mancano tratti insidiosi e scarsamente proteggibili (come la traversata che porta al Colle del Leone o la cresta che precede il Pic Tyndall). La presenza della neve (talvolta del verglas) è da mettere sicuramente in conto. Noi abbiamo effettuato la salita nella seconda metà di luglio e ne abbiamo trovata parecchia (la foto del Cervino è stata invece scattata nell’agosto di alcuni anni prima e mostra una condizione di innevamento notevole per quel periodo): questo costringe a portare con sé piccozza e ramponi. Si arrampica con gli scarponi e con uno zaino non certo leggero. Occorre partire presto dal Rifugio Carrel. Insomma: anche se le difficoltà effettive da superare in arrampicata non vanno oltre il III grado, la salita, per la sua lunghezza e per la sua complessità, è da considerarsi AD+ o D- a seconda delle condizioni. Il periodo migliore per effettuarla è ovviamente l’estate, in genere a partire dalla metà di luglio. In ogni caso, un’ottima fonte di informazioni è l’Ufficio Guide di Cervinia (tel. 0166.948169): una telefonata prima di partire sarà certamente utile.

ATTENZIONE: nel corso del mese di agosto 2003, il Cervino è stato interessato da diverse frane. Due di esse hanno "colpito" la via normale italiana, qui descritta. Il 5 agosto una prima frana interessava il tratto della "Corda della sveglia", che è stato subito ripristinato dalle guide; la seconda frana (18 agosto) ha letteralmente spazzato via l'intera "Cheminée", lo storico passaggio che precede di poco l'arrivo al rifugio Carrel. Ora al suo posto si trova una grande placca attrezzata (estate 2004) con due corde fisse (informazioni ottenute dall'Ufficio Guide del Cervino). Qui di seguito lascio comunque la relazione originale. Consiglio in ogni caso una telefonata all'Ufficio Guide.

Per salire il Cervino bisogna innanzitutto raggiungere il Rifugio Duca degli Abruzzi (proprietà privata) all’Oriondé (m 2802). Fino a due anni fa esisteva un servizio jeep che risaliva i 6 km della sterrata che parte da Cervinia. Ora tale servizio è sospeso perché il rifugio è in sistemazione (funziona solo come punto di ristoro) e perché la strada è pericolosa (informazioni: 0166.949145). Per non doversi sobbarcare a piedi tutta questa parte della salita è possibile e consigliabile utilizzare la funivia fino a Plan Maison (m 2548). Da qui un buon sentiero segnalato (è parte dell’Alta via n° 3) conduce, dapprima per prati e poi su terreno morenico, fino al Rifugio Duca degli Abruzzi (ore 1,30 da Plan Maison).

Dal Rifugio Duca degli Abruzzi si sale verso nord per facili cenge (segnalazioni) alla Croce Carrel e poi (tracce di passaggio sui detriti e ometti) a un nevaio; superato tale nevaio sul suo bordo occidentale, si arriva a un canale roccioso obliquo (facile) che permette di superare il sovrastante salto di roccia. Giunti ad un ripiano detritico, si supera un dosso di detriti e roccette (tracce di passaggio) e si sale al nevaio superiore, che fascia il versante meridionale della Testa del Leone. Traversando verso destra alla base del nevaio, se ne raggiunge il bordo orientale su una costola che si risale fin quasi alle rocce della Testa del Leone vera e propria. Si piega quindi a destra su terreno non difficile, ma ripido e insidioso: con percorso pressoché orizzontale, traversando nevai o fasce detritiche e poi alcune cenge, si arriva al Colle del Leone (m 3581; ore 2,30/3 dal Rifugio Duca degli Abruzzi). Questo tratto, dalla sommità del canale obliquo al colle, è minacciato in più punti dalla caduta di sassi e deve quindi essere percorso con attenzione.

Dal Colle, tenendosi sul versante italiano, si sale per detriti fino alla base delle placche inclinate della cresta (m 3650 circa). Qui inizia l’arrampicata, che si svolge un po’ a destra del filo (II). La roccia è buona o comunque resa pulita dai frequenti passaggi; si incontrano le prime corde fisse e alcuni fittoni permettono di piazzare i rinvii e di fare sicurezza. I passaggi più impegnativi, ma attrezzati, sono costituiti da una placca inclinata e assai liscia (Placca Seiler) e da un corto risalto che interrompe la successione delle placche. In circa tre tiri (con la corda da 50 m) si arriva alla base di un diedro verticale di una dozzina di metri (la Cheminée) che si supera grazie ad una grossa catena (in arrampicata è un bel IV faticoso). Oltre il diedro, un’altra lunghezza di corda sul filo di cresta conduce alle facili roccette che portano (ore 1,30 dal Colle del Leone) al Rifugio Carrel (m 3830; incustodito; 50 posti, materassi e coperte, fornello e materiale da cucina).

Si sale dietro la vecchia Capanna Luigi Amedeo e si attaccano le rocce della Grande Tour lungo la prima corda fissa (corda della sveglia). Si salgono poi delle placche verso destra e si sale ad un terrazzino verso sinistra (II). Si prosegue ancora a sinistra verso la cresta, passando accanto ai ruderi della Capanna della Tour. Si sale su una cengia e si aggira a destra lo spigolo della Grande Torre. Si passa fra due roccioni e si penetra nella profonda rientranza del Vallon des Glaçons, che si supera grazie ad una nuova corda fissa (passaggio spesso coperto di vetrato). Si traversa poi a destra per 30 m e si sale un piccolo diedro (25 m); si continua a destra (30 m) per placche (II+) e, lungo un canalino, si guadagna la cresta a monte della Grande Torre. La cresta è irta di gendarmi (Crête du Coq): si aggira il primo tratto sul versante italiano (facili cenge), poi si ritorna in cresta e, giunti ad un risalto più ripido, si piega a destra (Italia) lungo una cengia spiovente, stretta ed esposta (Mauvais Pas, III), che porta a un gradino posto ai piedi di una placca (Rocher des Ecritures) sulla quale sono graffiti nomi e sigle di alpinisti (in questo tratto dopo il Vallon des Glaçons il percorso ci è parso meno obbligato e abbiamo raggiunto la cengia del Mauvais Pas senza toccare la cresta). Continuando la traversata a destra si arriva al pendio di neve e ghiaccio del Linceul lungo il quale corre un cavo metallico (gli ancoraggi, se emergono dalla neve, offrono ottime sicurezze). Si sale il Linceul costeggiandone le rocce del bordo sinistro; oltre questo nevaio si prosegue la salita raggiungendo la verticale parete da cui pende la Grande Corde (o Corde Tyndall) lunga una trentina di metri. Si supera questa parete (utilizzando la grossa catena integralmente o in parte a seconda delle proprie capacità: noi abbiamo superato passaggi di III/III+) e si esce in cresta a quota 4080 m circa. Seguendo il filo (le difficoltà maggiori si possono evitare sul versante svizzero) si arriva al Pic Tyndall (3 ore dal Rifugio Carrel): l’arrampicata è aerea ed esposta, ma facile (I e II); la roccia, tutto sommato, è abbastanza buona (tranne in un tratto di circa 15 metri per aggirare a sinistra un gradino più difficile); purtroppo però mancano validi punti di assicurazione (se è innevata o coperta di verglas, la prima parte della cresta dopo la Grande Corde costituisce uno dei tratti più delicati e infidi della salita).

Dal Pic Tyndall (m 4241) si percorre il filo di cresta pressoché orizzontale per circa 200 metri. Il percorso è facile ma esposto e frequentemente innevato (possono esserci cornici). Al termine della cresta si scavalcano due gendarmi e ci si abbassa allo strettissimo intaglio dell’Enjambée che si supera con un’ampia spaccata. Si attaccano ora le rocce della Testa del Cervino, dapprima non difficili e miste a detriti e neve, fino al piccolo ripiano del Col Félicité, alla base di un gradino roccioso. Lo si aggira a sinistra (Svizzera); si salgono ancora alcuni metri sulla sinistra poi, per una stretta cengia, si torna a destra della cresta. Una corda fissa permette di superare un salto di una dozzina di metri; si sale quindi verso destra fino ad un ripiano dal quale, grazie ad un’altra corda (15 m), si superano delle placche dopo le quali, sulla destra, si raggiunge la Scala Jordan, che penzola da uno strapiombo non molto pronunciato ma in notevole esposizione (il percorso dall’Enjambée alla Scala Jordan, che pure è visibile dal basso, non ci è parso molto evidente e ci ha fatto perdere un po’ di tempo). Dopo la scala, una corda (Corda Piovano) conduce verso sinistra ad una cengia (Gite Wentworth) che riporta, ancora a sinistra, in cresta. Altre due corde e una stretta cengia conducono infine alle facili rocce della cresta terminale (spesso innevata) che adduce alla vetta italiana (4476 m; 2 ore dal Pic Tyndall) e alla croce. Per raggiungere il punto sommitale del Cervino, 60 m più a Est (vetta svizzera, m 4478), si deve percorrere tutta l’aerea cresta sommitale, solitamente nevosa, in una decina di minuti.

Discesa: seguendo esattamente il medesimo itinerario, a meno che non si voglia effettuare la traversata della montagna, scendendo lungo la via normale svizzera (più facile ma molto lunga) che percorre la cresta Nord-est (cresta dell’Hörnli). I tempi di discesa lungo la via di salita, secondo la guida del CAI, sono i seguenti: dalla vetta del Cervino al Rifugio Carrel: ore 3,30; dal Rifugio Carrel al Colle del Leone: 1 ora; dal Colle del Leone al Rifugio Duca degli Abruzzi: ore 1,30. Riporto questi tempi perché noi siamo stati molto più lenti (almeno dalla vetta al Rifugio Carrel).

 

BIBLIOGRAFIA:

Gino Buscaini, ALPI PENNINE (volume II) - CAI/TCI (Guida dei Monti d'Italia), 1970

Lorenzo Barbiè, DIMENSIONE QUARTO, LE PIU' BELLE ARRAMPICATE DELLE ALPI OCCIDENTALI (secondo aggiornamento), Edizioni L'Arciere-Vivalda, 1994

 

 

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